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Ieri si è aperto a Firenze il processo sulla strage di via de’ Georgofili, che a proposito di lotta alle mafie è il crocevia fondamentale. Si tratta di capire chi siano stati i mandanti delle stragi mafiose del ‘93.
Il ‘93, è bene ricordarlo, è arrivato puntuale dodici mesi dopo il ‘92. È di questi giorni la motivazione della sentenza d’Appello che sostiene come fino al ‘92 Marcello Dell’Utri sia stato il mediatore fra Berlusconi e Cosa Nostra. Nel ‘93, a Firenze, scoppia la bomba che devasta il cuore antico della città e uccide cinque persone, vorrei nominarle: Caterina e Nadia Nencioni, due sorelle di 50 giorni e 9 anni, i loro genitori Fabrizio e Angela Fiume, Dario Capolicchio, studente. Ebbene: lo stato non si è costituito parte civile al processo. È come dire che non si sente parte lesa, che non è interessato, a nome di tutti gli italiani, a sapere come siano andate le cose, a punire i colpevoli. La regione Toscana e il Comune di Firenze lo hanno fatto: lo Stato no.
Una dimenticanza? Il governo italiano non può essersi dimenticato quelle inchieste perché sono la materia che, sottotraccia, arroventa la scena politica. Scandiscono l’agenda, le inchieste di Firenze e di Palermo. La ricerca dei mandanti occulti delle stragi, la trattativa fra Stato e Cosa Nostra. È di questo che si parla nei corridoi di palazzo, da mesi. È su questo che la Commissione antimafia sta conducendo fittissime audizioni. C’è un legame politico formidabile fra l’esito di quelle inchieste e di quei processi e la residua credibilità di questo governo e di chi lo guida. Se - per questa ragione - la dimenticanza fosse strategica sarebbe ancora più grave.